Benessere Animale

Laura Torriani Medico Veterinario

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Versione celtica del "lupo dimorerà con l'agnello" (Irlanda)

Qual è il motivo per cui l’uomo, ad un certo punto della sua storia ed evoluzione, ha  deciso di convivere con gli animali invece di limitarsi a cacciarli e mangiarli? A questa domanda molti hanno cercato di fornire una risposta, ma le teorie sono per ora soltanto tali e non vi è nulla di certo o di dimostrato. Il caso, o forse una scelta volontaria e ragionata, hanno fatto sì che il primo cucciolo (chissà di quale specie?) entrasse nella prima “casa di umani” e vi rimanesse.

Sono ormai quasi vent’anni che mi sono laureata in Medicina Veterinaria e il quesito che ora  mi pongo è quello opposto: "perché persone che sono entrate in possesso di un animale decidono di disfarsene, e perché lo fanno spesso in maniera incredibile e inutilmente crudele?" 

Durante i cinque anni di Università noi riceviamo una quantità di informazioni riguardanti l’anatomia, la fisiologia, la biochimica, la botanica, la patologia e decine di altre materie più o meno inerenti e utili (gli esami della Facoltà di Medicina Veterinaria quando ho studiato io erano cinquantuno, non so bene quanti siano adesso perché è cambiato circa sei volte il piano di studi), ma nulla ci ha preparato all’effettivo contatto con il “proprietario dell’animale”. 
Anche frequentando gli ambulatori delle Cliniche (Medica, Chirurgica, Ostetrica, ..) il tipo di rapporto con il cliente sembrava comunque diverso da quello che in realtà ci avrebbe aspettato nel momento in cui ci saremmo a nostra volta dedicati alla libera professione. 
Chissà, forse perché i “Professori” mettono in maggiore soggezione oppure perché il tempo che ciascuno di loro può dedicare al singolo paziente e cliente è decisamente minore, ma  le cose sembravano diverse, più asettiche e meno complicate. 
Inoltre quando un proprietario  arriva all’Università, dato che spesso vi si trattano casi “difficili” o presunti tali e su riferimento di colleghi esterni, è sicuramente un bravo proprietario deciso a darsi da fare per il proprio animale, il che già esclude quelli con  intenzioni poco serie. In ogni caso ciascuno di noi, trovandosi finalmente a lavorare “all’esterno”, si è dovuto rendere conto di quanto grande fosse la differenza tra la teoria e la pratica, anche se  presumo che sia più o meno lo stesso per qualsiasi altro genere di lavoro, laurea o non laurea.  
La nostra professione ci porta costantemente in contatto con persone diversissime tra di loro per età, ceto sociale e livello culturale, la maggior parte delle quali sono però accomunate e rese uguali da una grande passione per gli animali, vuoi che sia il  cane o il piccolo criceto o il proprio cavallo.

Ma...., c’è un ma.

Una certa percentuale di persone che si rivolgono a noi non è poi così “affezionata” al proprio animale e, in alcuni casi già in partenza, ci accorgiamo che con ogni probabilità la loro convivenza non sarà per la vita, ma si interromperà in maniera più o meno sgradevole
Se sono individui “decenti” si preoccuperanno in un qualche modo di assicurare un futuro felice al loro animale, ma se non lo sono non si cureranno minimamente della sorte che lo attende. 
Non sono una studiosa del comportamento umano e  non potrò quindi fornire una spiegazione corretta di quanto seguirà, ma solo esprimere un mio giudizio personale (a volte abbastanza drastico, lo ammetto).
Vi descriverò alcune situazioni nelle  quali mi sono imbattuta e che spero possano far riflettere coloro che le leggeranno. 
Non tutti gli abbandoni sono “coscienti” e a volte sicuramente non c’è volontà di fare del male al proprio animale, ma l’errata valutazione delle conseguenze delle proprie azioni porta spesso ad un risultato disastroso.  
Non è vero che l’abbandono avvenga solo nella maniera che tutti credono più diffusa e cioè con “il lancio dalla macchina”.  Spesso si tratta di una manovra più ambigua e meno chiara, ma che ha come esito terminale la “creazione” di un animale senza proprietario, anche se l’abbandonatore si illude di non aver fatto alcun danno.  
Mi auguro che gli episodi narrati possano far capire il loro errore a coloro che non si sono mai nemmeno resi conto di aver condannato un povero animale ad una fine non esattamente piacevole. Altre volte, invece, si tratta purtroppo di azioni perfettamente volontarie e in alcuni casi, presumo, frutto di seri problemi mentali di chi le compie.

Come sempre, è il più debole a subire le conseguenze.

Tutti gli episodi sono rigorosamente veri, per la maggior parte accaduti a me, alcuni riferiti da colleghi o persone che hanno prestato opera di volontariato presso le varie associazioni che raccolgono e accudiscono i “randagi”. 
Lavorando a Milano vedo comunque solo il lato dell’abbandono cittadino e non ho esperienza diretta con l’altrettanto grande problema dell’abbandono degli animali “campagnoli” che ha probabilmente modalità d’azione diverse. Considererò abbandoni, anche se qualcuno (soprattutto chi l’ha perpetrato) potrà non essere d’accordo,  tutte quelle  situazioni  nelle quali il proprietario si “libera” dell’animale, anche in modo non cruento, ma senza nessuna preoccupazione del suo futuro.

E’ da questo primo gesto noncurante che comincia il percorso in caduta libera che porta spesso all’invitabile conclusione in una strada o in un deposito per randagi.  

Le storie che ho raccolto le ho inserite a gruppi di tre per non appesantirne la lettura.

 

I soliti micetti buttati nella spazzatura