Qual è il
motivo per cui l’uomo, ad un certo punto della sua storia ed evoluzione, ha
deciso di convivere con gli animali invece di limitarsi a cacciarli e
mangiarli?
A questa domanda molti hanno cercato di fornire una
risposta, ma le teorie sono per ora soltanto tali e non vi è nulla di certo o
di dimostrato. Il caso, o forse una scelta
volontaria e ragionata, hanno fatto sì che il primo cucciolo (chissà di
quale specie?) entrasse nella prima “casa di umani” e vi rimanesse.
Sono ormai
quasi vent’anni che mi sono laureata in Medicina Veterinaria e il quesito
che ora mi pongo è quello
opposto: "perché persone che sono entrate in
possesso di un animale decidono di disfarsene, e perché lo fanno spesso in
maniera incredibile e inutilmente crudele?"
Durante i
cinque anni di Università noi riceviamo una quantità di informazioni
riguardanti l’anatomia, la fisiologia, la biochimica, la botanica, la
patologia e decine di altre materie più o meno inerenti e utili (gli esami
della Facoltà di Medicina Veterinaria quando ho studiato io erano
cinquantuno, non so bene quanti siano adesso perché è cambiato circa sei
volte il piano di studi), ma nulla ci ha preparato all’effettivo contatto
con il “proprietario dell’animale”.
Anche
frequentando gli ambulatori delle Cliniche (Medica, Chirurgica, Ostetrica, ..)
il tipo di rapporto con il cliente sembrava comunque diverso da quello che in realtà ci avrebbe aspettato nel
momento in cui ci saremmo a nostra volta dedicati alla libera professione.
Chissà,
forse perché i “Professori” mettono in maggiore soggezione oppure perché
il tempo che ciascuno di loro può dedicare al singolo paziente e cliente è
decisamente minore, ma le cose
sembravano diverse, più asettiche e meno complicate.
Inoltre quando un proprietario arriva
all’Università, dato che spesso vi si trattano casi “difficili” o
presunti tali e su riferimento di colleghi esterni, è sicuramente un bravo
proprietario deciso a darsi da fare per il proprio animale, il che
già esclude quelli con intenzioni
poco serie. In ogni caso ciascuno di noi, trovandosi finalmente a lavorare “all’esterno”,
si è dovuto rendere conto di quanto grande fosse la differenza tra la teoria
e la pratica, anche se presumo
che sia più o meno lo stesso per qualsiasi altro genere di lavoro, laurea o
non laurea.
La nostra
professione ci porta costantemente in contatto con persone diversissime tra di
loro per età, ceto sociale e livello culturale, la maggior parte delle quali
sono però accomunate e rese uguali da una grande passione per gli animali,
vuoi che sia il cane o il piccolo
criceto o il proprio cavallo.
Ma....,
c’è un ma.
Una certa
percentuale di persone che si rivolgono a noi non è poi così “affezionata”
al proprio animale e, in alcuni casi già in partenza, ci accorgiamo che con
ogni probabilità la loro convivenza non sarà per la vita, ma si
interromperà in maniera più o meno sgradevole.
Se sono
individui “decenti” si preoccuperanno in un qualche modo di assicurare un
futuro felice al loro animale, ma se non lo sono non si cureranno minimamente
della sorte che lo attende.
Non sono
una studiosa del comportamento umano e non
potrò quindi fornire una spiegazione corretta di quanto seguirà, ma solo
esprimere un mio giudizio personale (a volte abbastanza drastico, lo
ammetto).
Vi
descriverò alcune situazioni nelle quali
mi sono imbattuta e che spero possano far riflettere coloro che le leggeranno.
Non tutti gli abbandoni sono “coscienti” e a volte sicuramente non c’è
volontà di fare del male al proprio animale, ma l’errata valutazione delle
conseguenze delle proprie azioni porta spesso ad un risultato disastroso.
Non
è vero che l’abbandono avvenga solo nella maniera che tutti credono più
diffusa e cioè con “il lancio dalla macchina”.
Spesso si tratta di una manovra più ambigua e meno chiara, ma che ha
come esito terminale la “creazione” di un animale senza proprietario,
anche se l’abbandonatore si illude di non aver fatto alcun danno.
Mi auguro
che gli episodi narrati possano far capire il loro errore a coloro che non
si sono mai nemmeno resi conto
di aver condannato un povero animale ad una fine non esattamente piacevole.
Altre volte, invece, si tratta purtroppo di azioni perfettamente volontarie e
in alcuni casi, presumo, frutto di seri problemi mentali di chi le compie.
Come
sempre, è il più debole a subire le conseguenze.
Tutti gli
episodi sono rigorosamente veri, per la maggior parte accaduti a me, alcuni
riferiti da colleghi o persone che hanno prestato opera di volontariato presso
le varie associazioni che raccolgono e accudiscono i “randagi”.
Lavorando a
Milano vedo comunque solo il lato dell’abbandono cittadino e non ho esperienza diretta con l’altrettanto grande
problema dell’abbandono degli animali “campagnoli” che ha probabilmente
modalità d’azione diverse.
Considererò
abbandoni, anche se qualcuno
(soprattutto chi l’ha perpetrato) potrà non essere d’accordo,
tutte quelle situazioni nelle
quali il proprietario si “libera” dell’animale, anche in modo non
cruento, ma senza nessuna preoccupazione del suo futuro.
E’ da
questo primo gesto noncurante che comincia il percorso in caduta libera che
porta spesso all’invitabile conclusione in una strada o in un deposito per
randagi.
Le storie
che ho raccolto le ho inserite a gruppi di tre per non appesantirne la
lettura.
